“La vita va così” (2025) di Riccardo Milani non è solo una commedia sociale, ma la trasposizione cinematografica della vera storia di un pastore sardo che ha sfidato un colosso immobiliare per difendere il proprio territorio. Ispirato dalla straordinaria resistenza di Ovidio Marras, il film racconta una battaglia legale che ha attraversato l’arco di sette anni, terminata nel 2016 con una sentenza storica che fermò un progetto di lusso sulla costa sardegna e impose la demolizione delle strutture già realizzate. Dietro questa narrazione si cela una riflessione profonda sul contrasto tra sviluppo economico e tutela ambientale, interpretata da un cast che unisce attori professionisti e un pastore ottantaquattrenne non professionista in un progetto cinematografico raro e coraggioso.
La vera storia di La vita va così
Chi era Ovidio Marras e la sua resistenza
Ovidio Marras era un pastore sardo ordinario, ma dotato di una determinazione straordinaria. Nato e cresciuto a Teulada, nell’estremità sudoccidentale della Sardegna, viveva in una zona costiera incontaminata dove pascolava le proprie mucche direttamente sul litorale, mantenendo uno stile di vita tramandato dalle generazioni precedenti. La sua casa, seppur fatiscente e poco signorile, rappresentava per lui qualcosa di inestimabile: l’eredità dei suoi avi, lo spazio dove generazioni di Marras avevano costruito le proprie vite nel rispetto della natura e della tradizione.
Quando un potente gruppo immobiliare milanese manifestò interesse nel trasformare quella lingua di costa in un resort ecosostenibile di lusso, Marras si trovò di fronte a una scelta cruciale. L’amministratore delegato della società immobiliare fece recapitare offerte economiche sempre più consistenti, convinto che il valore monetario avrebbe facilmente prevalso sugli attaccamenti emotivi di un anziano pastore. Le proposte raggiunsero cifre considerevoli, milioni di euro, ma Marras rifiutò sistematicamente ogni negoziato. Il suo “no” non era il frutto di caparbietà cieca, bensì di una consapevolezza profonda del valore che quella terra possedeva sul piano identitario, culturale e ambientale.
La resistenza locale e l’isolamento
La situazione di Marras divenne paradossale: mentre lui resisteva, la comunità di Teulada e dei paesi limitrofi si entusiasmava per le promesse di sviluppo economico e occupazionale. Il progetto del resort aveva promesso circa 2.500 posti di lavoro nella regione, una prospettiva allettante per un’area rurale dove le opportunità occupazionali erano scarse e la disoccupazione rappresentava un problema strutturale. Gli abitanti locali, vedendo nel progetto la possibilità di garantire reddito ai propri figli e un futuro economicamente più stabile, gradualmente si schierarono contro Marras.
Questo isolamento sociale rappresentò uno dei momenti più difficili della sua battaglia legale. Non solo doveva opporsi a una multinazionale, ma anche ai propri vicini, ai compaesani con i quali aveva condiviso una vita intera. Persino figure di autorità morale come l’Arcivescovo tentarono di convincerlo a cedere, ma Marras rimase fermo nella sua convinzione. La solitudine della sua lotta divenne il suo elemento di forza: nessuna pressione esterna riuscì a scalfire la sua determinazione di proteggere quel territorio e quella eredità.
La battaglia legale dal 2009 al 2016
La vera battaglia legale iniziò formalmente nel 2009, quando la società immobiliare, frustrata dai rifiuti di Marras di vendere il suo terreno e una strada privata essenziale al progetto, decise di procedere legalmente. Lo scontro si trasformò da una trattativa economica a un conflitto giudiziario, un campo dove i precedenti legali e la normativa ambientale iniziarono a giocare un ruolo determinante.
Per più di sette anni, il procedimento attraversò i tribunali ordinari, dove le questioni non si limitavano al diritto di proprietà, ma coinvolgevano questioni cruciali di tutela ambientale e paesaggistica. La Cassazione rappresentò il punto di svolta definitivo della vicenda. Nel 2016, la Corte Suprema emise una sentenza storica che diede completamente ragione a Marras: non solo respinse il progetto, ma ordinò la demolizione completa di tutte le strutture che erano già state costruite nel sito, ripristinando lo stato originale della costa.
Questa vittoria finale rappresentò uno dei rari esempi in cui la resistenza ambientale di un cittadino ordinario prevalse contro gli interessi economici di un grande gruppo immobiliare. La sentenza stabiliva un precedente importante: il diritto di una comunità a preservare il proprio territorio non era negoziabile a fronte di promesse di profitti economici.
Il film di Riccardo Milani e la trasposizione narrativa
Come la storia reale è diventata cinema
Riccardo Milani, regista già noto per aver affrontato conflitti sociali in film precedenti come “Un mondo a parte”, decise di portare la storia di Ovidio Marras al cinema con il titolo “La vita va così”. La scelta di Milani di adattare questa vicenda non era casuale: il conflitto tra un pastore solitario e un colosso immobiliare rappresentava perfettamente la contrapposizione contemporanea tra conservazione ambientale e accelerazione dello sviluppo capitalistico.
Nel film, il personaggio di Efisio Mulas (interpretato da Giuseppe Ignazio Loi) ricalca le caratteristiche essenziali di Marras: un anziano pastore radicato nel territorio, determinato a difendere la propria casa e il proprio modo di vivere da un’offerta economica apparentemente irresistibile. Il cast riunisce attori affermati come Diego Abatantuono, nei panni di Giacomo l’immobiliarista milanese, Aldo Baglio come Mariano il capo cantiere, e Virginia Raffaele nel ruolo della figlia Francesca, elemento narrativo che aggiunge complessità al conflitto attraverso la generazionale. La trama si svolge alla soglia del nuovo millennio, nel 1999, una scelta temporale che enfatizza il passaggio epocale tra due visioni dell’Italia e della Sardegna.
La scelta coraggiosa del casting non professionista
Una decisione registica particolarmente significativa fu quella di affidare il ruolo principale a un attore non professionista: Giuseppe Ignazio Loi, un pastore ottantaquattrenne originario di Terralba. Questa scelta rappresentava un atto di autenticità narrativa: Loi portava nel personaggio di Efisio una genuinità, una radicazione nel territorio e una consapevolezza della realtà rurale sarda che nessun attore professionista avrebbe potuto completamente simulare.
Virginia Raffaele, per il ruolo della figlia Francesca, dovette imparare la lingua sarda, immergendosi nella cultura locale per conferire autenticità alle scene e ai dialoghi. Questo sforzo rappresentava l’impegno del progetto cinematografico nel raccontare la storia con rispetto e precisione. Il contrasto tra Loi e Abatantuono—tra l’anziano pastore non professionista e l’attore esperto nei ruoli di autorità corporativa—creava un’antitesi visiva che enfatizzava il conflitto narrativo.
La battaglia legale e il significato della sentenza
La struttura del conflitto giudiziario
Il procedimento legale non era una semplice disputa tra privati, ma un conflitto che coinvolgeva molteplici dimensioni normative: il diritto di proprietà del singolo, i diritti ambientali della collettività, le norme di tutela paesaggistica della costa sarda, e i presunti diritti economici della società immobiliare. La società aveva già iniziato i lavori di costruzione quando la resistenza legale di Marras intensificò le azioni giudiziarie.
Uno dei momenti cruciali nella fattispecie fu quando i macchinari della costruzione impedirono fisicamente alle mucche di Marras di accedere alla stalla, trasformando la disputa in una questione non soltanto legale ma di sopravvivenza pratica per il bestiame dell’anziano pastore. Questo episodio simbolico rappresentava l’aggressione non solo al territorio, ma al modo di vivere stesso di Marras.
La sentenza della Cassazione e le sue implicazioni
Nel 2016, la sentenza della Cassazione non solo diede ragione a Marras, ma stabilì un precedente giurisprudenziale decisivo: il diritto al paesaggio e alla tutela ambientale poteva prevalere su progetti economici sostenuti da promesse di occupazione massiccia. La demolizione ordinata dalle corti significava che il territorio doveva essere ripristinato completamente allo stato originale, un ordine che raramente si vede attuato nei confronti di grandi società.
Questa vittoria legale rappresentava un riconoscimento da parte dello Stato che i diritti ambientali non sono merci negoziabili e che la preservazione di ecosistemi costieri incontaminati possiede un valore superiore a quello puramente economico-speculativo. La sentenza evidenziava anche il diritto dei cittadini di resistere a trasformazioni territoriali quando sussistano violazioni della normativa ambientale.
Il significato culturale e ambientale della lotta
Il conflitto tra conservazione e sviluppo economico
La storia di Marras incarna uno dei dilemmi più acuti della contemporaneità italiana: il contrasto irrisolvibile tra la necessità di generare occupazione in aree economicamente depresse e l’urgenza di preservare ecosistemi naturali irreplacebili. In Sardegna, come in molte regioni del Mezzogiorno, lo sviluppo economico è stato stoicamente presentato come incompatibile con la tutela ambientale.
Il progetto del resort sosteneva di essere “ecosostenibile”, una qualificazione che riflette come anche il capitale speculativo ha imparato il linguaggio della sostenibilità ambientale. Tuttavia, la vera domanda sottesa era: può un resort di lusso, per quanto “ecologico” nei suoi consumi interni, giustificare la trasformazione irreversibile di una costa ancora incontaminata? La risposta della Cassazione fu chiaramente negativa, stabilendo che certi paesaggi e certi ecosistemi posseggono un valore che trascende il calcolo economico.
L’identità territoriale e la memoria collettiva
Ovidio Marras non stava soltanto difendendo un immobile, ma un’identità culturale e una memoria collettiva radicata in quel territorio. La sua casa, per quanto apparentemente insignificante agli occhi dello sviluppo capitalistico, rappresentava la continuità delle generazioni, l’eredità tangibile di una forma di vita e di relazione con la natura. Quando Marras diceva che “casa sua non ha prezzo”, esprimeva una verità profonda: certi beni non sono riducibili a equivalenti monetari perché il loro valore è primariamente identitario e affettivo.
La Sardegna, come molti territori marginali dell’Italia, ha subito per decenni il conflitto tra conservazione dell’identità locale e pressioni alla modernizzazione spesso imposta dall’esterno. La battaglia di Marras rappresentava un momento di autodeterminazione, in cui una comunità locale (almeno attraverso la sua frazione più consapevole) riaffermava il diritto a decidere autonomamente il proprio futuro territoriale.
La produzione del film e il contesto cinematografico
Riccardo Milani e la cinematografia sociale italiana
Riccardo Milani ha costruito la sua carriera attorno a narrazioni che mettono a fuoco i conflitti sociali contemporanei, senza mai cedere a proclami ideologici espliciti. “La vita va così” si inserisce coerentemente in questa ricerca di verità narrative radicate nella contemporaneità italiana. Il titolo stesso, apparentemente colloquiale e rassegnato, cela in realtà una provocazione: la vita non deve per forza “andare così” secondo i desideri del capitale globale; esiste uno spazio per la resistenza consapevole.
Il film è stato presentato come film d’apertura della Festa del Cinema di Roma 2025, una scelta che ha conferito immediata rilevanza al progetto all’interno del panorama cinematografico nazionale. La produzione è stata gestita da Medusa Film, casa di produzione che ha finanziato e distribuito il progetto con impegno verso una visione che privilegiasse l’accuratezza narrativa sulla pura speculazione commerciale.
Il casting e la costruzione narrativa
Il triangolo narrativo principale composto da Giuseppe Ignazio Loi, Virginia Raffaele e Diego Abatantuono crea una dinamica che estrae il massimo conflitto dalla vicenda reale. Virginia Raffaele nel ruolo di Francesca diventa il fulcro emotivo attraverso il quale il pubblico sperimenta le ambiguità e le contradizioni del conflitto: in lei convivono l’amore filiale verso il padre, il desiderio di modernità, la lealtà verso la comunità e il senso di colpa di essere divisa tra queste fedeltà contrapposte.
La durata del film di 118 minuti consente una narrazione che non affrettasse i ritmi narrativi, permettendo al pubblico di vivere la lentezza della battaglia legale e la pesantezza psicologica dell’isolamento di Marras. Il film è distribuito in lingua italiana, con elementi di dialetto sardo che conferiscono autenticità territoriale alle sequenze ambientate sull’isola, rendendo il paesaggio e la cultura locale attori essi stessi nella narrazione cinematografica.
L’eredità della battaglia reale e il suo impatto contemporaneo
La storia di Ovidio Marras rappresenta uno dei rarissimi casi italiani dove la resistenza di un cittadino ordinario ha prevalso contro gli interessi economici multinazionali. La sua battaglia legale ha generato un precedente giurisprudenziale che rafforza la tutela ambientale rispetto alle speculazioni immobiliari, stabilendo che l’occupazione economica non può essere il presupposto sufficiente per trasformare irreversibilmente ecosistemi costieri.
Attraverso il film, questa storia acquisisce una portata narrativa che la tramuta da fatto giuridico a riflessione etica collettiva: cosa significa vivere autenticamente, cosa rappresenta davvero il progresso, quali sono i prezzi reali della modernità accelerata, e dove tracciare il confine tra ciò che è negoziabile e ciò che non lo è. “La vita va così” propone dunque che la vita potrebbe anche non andare così, se più cittadini trovassero il coraggio e la lucidità di Ovidio Marras nel distinguere tra quello che la società desidera venderci e quello che noi, autonomamente, vogliamo preservare.


